Oggi ricordo quella volta in cui mi sono svegliato presto in un giorno di inizio estate; saranno state le cinque del mattino e già la luce si infiltrava tra i palazzi e raggiungeva la mia stanza al dodicesimo piano, piacevolmente orientata a est.
Una luce tra il bianco e l’azzurrino, segno di un cielo terso e asciutto e subito mi è venuta voglia di andare al parco per vederlo svegliarsi. La giornata si preannunciava calda e sarebbe bastata una polo qualsiasi sopra un paio di pantaloni di tela e scarpe comode. Molto comode perché mi piace camminare.
L’ascensore arriva quasi subito e il buon umore viene ulteriormente premiato. Fare dodici piani a piedi lungo scale che si attorcigliano per lo stesso verso puo’ essere faticoso e alla fine frastornante. Mi ritrovo in strada ad annusare l’aria e mi accorgo di quanto sia buona in questa stagione: quasi fresca e pulita, considerando la città. Quando una giornata inizia attraversando Washington square a quell’ora, non può che essere una bella giornata.
Poca gente in giro, ci sono più scoiattoli che persone e sicuramente nessun turista. Mi fermo quasi sotto l’arco, c’è un suonatore che deve aver perso la cognizione del tempo perché a quest’ora è raro vederne e non mi pare abbia l’aria di uno che stia rientrando dopo una notte trascorsa fuori. Accorda la chitarra e per me è un richiamo irresistibile quanto un paio di occhi sorridenti. Mi avvicino e cerco di indovinare il suo genere musicale.
Sarà la passione scaturita dai miei occhi o forse la sua voglia di compagnia perchè, al termine degli aggiustamenti rituali che fa ogni suonatore, mi porge la chitarra e mi dice “play me something…”. Prendo con soggezione quella chitarra che, vista da vicino, scopro essere una delle mie preferite e quasi inarrivabili, una Martin acustica un po’ vissuta ma con un suono da dio. Mi faccio prendere dalle note dimenticandomi delle foto al parco.
Ci raccontiamo con la musica la nostra storia fatta di percorsi sonori diversi, di tecniche imparate per strada. Ci lasciamo dopo un’ora con i suoni nelle orecchie e un sorriso. Non ci siamo detti i nostri nomi ma forse non erano importanti. Ora in testa ho un profumo di caffè che mi rende irresistibile l’insegna di Starbucks dove prenderò anche qualche nocciolina per gli scoiattoli del parco.

Usciamo dal mercato giusto in tempo per assistere al passaggio di un piccolo corteo di auto che tanti additavano eccitati; non tutti, i “vecchi” guardavano indifferenti la scena ma tutti i ragazzi intorno erano quasi esaltati, tanto che chiedo a mia madre cosa stia succedendo. Lei, cresciuta a Nilla Pizzi e Claudio Villa, con l’aria distaccata di chi sa ma non gliene importa nulla, mi dice: “Sono i Beatles, caro, vieni, su, non strisciare per terra quella borsa”. Ecco, questo è stato il mio incontro con i Beatles a Genova in un’età, la mia, a metà strada tra le canzoni d’infanzia e quelle “da grandi”, in cui ascoltavo sul giradischi di casa: Glen Miller, Pat Boone, Platters & C. Ma i Beatles sarebbero stata un’altra storia.