Etichetta

C’era una volta il 1972. Un negozio e un’etichetta hanno rappresentato, in ambito musicale, il passaggio all’età matura: Disco Club e Island Records. A nulla vale ricordare che l’etichetta era già in circolazione da parecchi anni, sotto la cui palma portava le incisioni di Bob Marley; tanto, è risaputo che io sia un grande scopritore di acqua calda.

Resta il fatto che quell’evento mi ha catapultato nel mondo dell’ascolto di musica di qualità, all’epoca definita musica POP, in contrapposizione alla “musica leggera” di quegli anni e, nel tempo rinominata da POP a Prog mentre la “musica leggera” veniva via via chiamata POP. Fortunatamente, di questa transizione non ho conservato alcun ricordo, forse dovuto allo sbiadito panorama musicale. (Lo so che sarò detestato per questa affermazione).

Resta il fatto che il passaggio dai 45 giri ai 33 costituì una sorta di iniziazione, la consapevolezza che la musica poteva avere un respiro che andasse oltre i tre minuti, ritornello compreso ma che potesse contenere una profondità di espressione pari al mondo classico.

Trilogy ha rappresentato l’inizio dei riti di ascolto su impianti “stereo” come si diceva un tempo o, “hi-fi” come ormai vengono chiamati. Riti che comprendevano copertine di album aperte con cautela, buste fruscianti dense di testi e storie, un nuovo modello di manipolazione per non toccare i solchi con le dita e una cura dell’oggetto tale che le nostre madri avrebbero voluto avessimo dedicato alla nostra stanza.

Abbiamo imparato la delicatezza depositando con grazia la puntina sul piatto (guai a chiamarlo giradischi!) fino a sentire il “TUMP!” prodotto incontrando nel silenzio il primo solco. E abbiamo imparato a capire una complessità fatta di armonie, dissonanze e storie. Fortunatamente, la storia continua.